Charyzmat sercański we współczesnym świecie: aktualność, wyzwania, perspektywy
The Dehonian Charisma in the contemporary World: Timeless, Challenges, Perspectives
https://doi.org/10.4467/25443283SYM.25.003.23207
Astratto
Il carisma dehoniano ci invita non solo a comprendere meglio l’eredità spirituale di Padre Dehon, ma anche a interrogarci sul suo significato nel nostro tempo, su come si traduca nella prassi e su quali strade ci apra verso il futuro. L’articolo propone una comprensione del carisma dehoniano a partire, soprattutto, dalla Regola di Vita SCJ, per identificare la sua attualità nel mondo contemporaneo, cioè come i tratti originari del carisma parlano al nostro tempo, le sfide che questo carisma incontra oggi, alla luce dei cambiamenti sociali, ecclesiali e culturali, e le prospettive per il futuro, con uno sguardo fiducioso e propositivo sul cammino dei Dehoniani e dei laici che condividono la nostra spiritualità.
Parole chiave: carisma dehoniano, mondo contemporaneo, sfide attuali, prospettive per il futuro.
Abstract
The Dehonian charism invites us not only to better understand the spiritual inheritance of Fr. Dehon, but also to question ourselves about its meaning in our time, how it translates into praxis, and what paths it opens for us into the future. The article proposes an understanding of the Dehonian charism starting, above all, from the SCJ Rule of Life, in order to identify its actuality in the contemporary world, that is, how the original traits of the charism speak to our times, the challenges that this charism encounters today, in the light of social, ecclesial and cultural changes, and the prospects for the future, with a confident and proactive look at the path of Dehonians and the laity who share our spirituality.
Keywords: Dehonian charism, contemporary world, current challenges, prospects for the future.
Introduzione
Qual è il “carisma dehoniano”? È probabile che questa domanda abbia già messo in imbarazzo alcuni di noi, membri della Congregazione dehoniana, perché non sempre riusciamo a esprimere in modo semplice il nostro carisma. Prima ancora di rispondere a questa domanda, è importante, però, ricordare cos’è un carisma. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma:
«Le grazie speciali [sono] chiamate anche carismi con il termine greco usato da san Paolo, che significa favore, dono gratuito, beneficio […] I carismi sono ordinati alla grazia santificante e hanno come fine il bene comune della Chiesa. Sono al servizio della carità che edifica la Chiesa»[1].
Quando parliamo di “carisma” come dono di Dio, parliamo di Dio-dono, di generazione di spazi di vita e di relazione tra Dio e la persona umana. Il dono di Dio è lo Spirito e il destinatario di questo dono è la Chiesa. Ogni carisma viene dallo Spirito ed è dato alla Chiesa: è destinato alla santificazione degli esseri umani, al bene comune della Chiesa e al servizio della carità. Per comprendere il carisma, occorre considerare soprattutto la “nota ecclesiologica” di “unità”: la Chiesa-una. Il carisma ha senso solo all’interno del progetto di unità che è la Chiesa: è unità relazionale con Dio-dono e unità di comunione ecclesiale.
Per considerare il “carisma dehoniano”, dobbiamo partire dalla premessa del dono fatto dallo Spirito a Padre Dehon che, secondo le nostre Costituzioni[2], «ha ricevuto la grazia e la missione di arricchire la Chiesa con un Istituto religioso apostolico che viva della sua ispirazione evangelica» (Cst 1). È stato il suo servizio alla Chiesa e per questo è chiamato “Fondatore”, cioè colui che ha concepito l’idea di un istituto religioso e i suoi obiettivi, che gli ha dato norme di vita e di governo attraverso le Costituzioni, frutto dell’elaborazione di un progetto per seguire Gesù nel suo tempo. Ma questo dono è condiviso e partecipato da altri. Per questo motivo, dobbiamo distinguere quattro dimensioni del carisma:
- carisma di fondatore: il dono che una persona riceve per avviare un istituto;
- carisma del fondatore: il dono specifico che porta questa persona a percepire, vivere e manifestare un’esperienza spirituale ricevuta in un determinato contesto storico;
- carisma di fondazione: si riferisce alla relazione tra il dono di fondare (carisma del fondatore) e il dono dei primi membri dell’istituto per consentirne la nascita e lo sviluppo come forma di continuità dinamica nel tempo;
- carisma della fondazione: la specificazione delle qualità peculiari del dono che permangono nell’identità storica dell’istituto che vive, cura, arricchisce e sviluppa questo dono, formando un patrimonio spirituale che coinvolge lo spirito originario e le prime intenzioni del fondatore con tutte le tradizioni scritte o viventi che l’istituto possiede dall’inizio della sua vita ecclesiale.
Così, il carisma di un istituto di vita consacrata è il frutto di un dono ricevuto dallo Spirito Santo a partire da un’esperienza di fede, vissuto dal fondatore e trasmesso a ciascuno dei suoi membri affinché vivano secondo questo dono, lo curino fedelmente, lo arricchiscano e lo sviluppino costantemente nella vita della Chiesa. Perciò, il carisma è sempre una realtà dinamica che va continuamente riletto nel contesto in cui viene vissuto. In questo senso, il carisma dehoniano trova la sua origine nell’intuizione di Padre Dehon e il suo sviluppo nel vissuto della Congregazione. Allora possiamo parlare di “carisma dehoniano nel mondo contemporaneo”.
1. Il carisma dehoniano nella Regola di Vita SCJ
La definizione del carisma dehoniano si trova codificata fondamentalmente nelle nostre Costituzioni. Tuttavia, il nostro testo costituzionale non sempre utilizza la parola “carisma”, presentando a volte dei sinonimi, come, per esempio, le espressioni “un dono particolare” (Cst 13); “un modo comune di accostarci al Mistero di Cristo” (Cst 16); “il principio e il centro della nostra vita” (Cst 17); “l’unica cosa necessaria” (Cst 26). Quando vengono impiegate queste espressioni nel testo, si sta parlando del carisma dell’Istituto: è il dono particolare (unico e irrepetibile) che lo Spirito Santo fa alla Chiesa attraverso la nostra Congregazione; è l’accento particolare attraverso il quale noi, membri dell’Istituto, ci configuriamo a Cristo; è il centro gravitazionale che fonda la nostra specificità e la nostra identità; è quello che non può mancare nella comprensione di noi stessi e della nostra vocazione e missione nella Chiesa.
Infatti, nell’esortazione apostolica Vita Consecrata, san Giovanni Paolo II afferma che la fedeltà al carisma fondazionale viene garantita quando «in esso domina “un profondo ardore dell’animo di configurarsi a Cristo, per testimoniare qualche aspetto del suo mistero”, aspetto specifico chiamato a incarnarsi e svilupparsi nella più genuina tradizione dell’Istituto, secondo le Regole, le Costituzioni e gli Statuti»[3]. Il carisma, quindi, è il dono particolare e l’elemento specifico con cui l’Istituto religioso si accosta al Mistero di Cristo. Tante volte, quando noi pensiamo al carisma pensiamo quasi automaticamente alla missione, ma il carisma è qualcosa di più, che va oltre. È vero che ogni carisma ha una missione, ma non si riduce a essa[4]. Il carisma è il dono particolare che ci configura al Mistero inesauribile di Cristo[5].
Ora torniamo a quella domanda che ci siamo posti all’inizio: qual è, dunque, il nostro carisma, cioè il dono particolare e il modo comune di accostarci al mistero di Cristo che abbiamo ricevuto attraverso l’esperienza di Padre Dehon e dei primi religiosi (cf. Cst 16)? La nostra Regola di Vita definisce chiaramente il nostro carisma come “unione all’oblazione riparatrice di Cristo al Padre per gli uomini”, espressione che compare, con sfumature diverse, tre volte nella Regola di Vita, nei numeri 6, 17 e 26. Leggiamoli[6]:
«Fondando la Congregazione degli Oblati Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, Padre Dehon ha voluto che i suoi membri unissero in maniera esplicita la loro vita religiosa e apostolica all’oblazione riparatrice di Cristo al Padre per gli uomini. Era questo il suo intento specifico e originario e il carattere proprio dell’Istituto, il servizio che esso è chiamato a rendere alla Chiesa» (Cst 6).
«Quali discepoli di Padre Dehon, vorremmo fare, dell’unione a Cristo nel suo amore per il Padre e per gli uomini, il principio e il centro della nostra vita» (Cst 17).
«Come Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, noi viviamo oggi nel nostro Istituto l’eredità di Padre Dehon. Siamo dei religiosi consacrati al Signore con voti, in una prospettiva spirituale riconosciuta dalla Chiesa, quella del Fondatore. Seguendo lui, per grazia speciale di Dio, siamo chiamati nella Chiesa a ricercare e a condurre una vita di unione all’oblazione di Cristo, come l’unica cosa necessaria» (Cst 26).
In tutti e tre i numeri appare la dinamica di unione a Cristo, cioè il nostro modo comune di accostarci al mistero di Cristo. In tutti i tre numeri appaiono espressioni che indicano la definizione carismatica: l’intento specifico e originario e il carattere proprio dell’istituto (Cst 6), il principio e il centro della nostra vita (Cst 17), l’unica cosa necessaria (Cst 26).
I tre numeri si completano a vicenda nella comprensione del nostro carisma. In ciascuno di loro il carisma viene descritto secondo una prospettiva e un desiderio. Nel primo, secondo la prospettiva e il desiderio del Fondatore: «Padre Dehon ha voluto che i suoi membri unissero in maniera esplicita la loro vita religiosa e apostolica all’oblazione riparatrice di Cristo al Padre per gli uomini» (Cst 6). Il secondo, esprime la prospettiva e il desiderio di ogni dehoniano: «Quali discepoli di Padre Dehon, vorremmo fare, dell’unione a Cristo nel suo amore per il Padre e per gli uomini, il principio e il centro della nostra vita» (Cst 17). Il terzo numero esprime la prospettiva e il desiderio della Chiesa: «In una prospettiva spirituale riconosciuta dalla Chiesa… siamo chiamati nella Chiesa a ricercare e a condurre una vita di unione all’oblazione di Cristo» (Cst 26).
2. Oblazione (riparatrice) e amore
Tuttavia, in Cst 6 si parla di unione all’oblazione riparatrice di Cristo; in Cst 17 di unione a Cristo nel suo amore; in Cst 26 di vita di unione all’oblazione di Cristo. Secondo la codificazione della Regola di Vita, i termini “oblazione” (riparatrice) e “amore” sono sinonimi: l’oblazione riparatrice è il modo di amare di Cristo contemplato nel mistero del suo cuore aperto sulla croce. Questo è ancora più evidente se prendiamo in considerazione altre espressioni che ritornano spesso nel nostro testo costituzionale: “amore che rigenera” (Cst 20); “amore che, dono totale di sé, ricrea l’uomo” (Cst 21); “amore redentore” (Cst 21); “grazia redentrice” (Cst 22); amore che è “partecipazione all’opera della riconciliazione” (Cst 25).
Secondo la Regola di Vita, la nostra specificità, che risiede nell’unione all’oblazione riparatrice di Cristo, ci chiama a «inserirci in questo movimento dell’amore redentore, donandoci per i nostri fratelli, con Cristo e come Cristo» (Cst 21), a partire dalla contemplazione del suo Cuore, «segno di un amore che, nel dono totale di sé, ricrea l’uomo secondo Dio» (Cst 21), un «amore che rigenera, [e che è] fonte della crescita delle persone e delle comunità umane» (Cst 20). L’oblazione, come declinazione dell’amore, orienta tutta la nostra vita come dono a Dio e agli uomini, come leggiamo ancora in Cst 35: «La vita di oblazione suscitata nei nostri cuori dall’amore gratuito del Signore ci rende conformi all’oblazione di Colui che, per amore, è totalmente donato al Padre e totalmente donato agli uomini».
Senza prolungare esaustivamente quest’analisi quasi esegetica del nostro testo costituzionale, occorre notare come questa comprensione del carisma dehoniano, nella prospettiva di oblazione e amore, illumina tutti gli elementi che compongono la nostra vita quotidiana e il nostro servizio nella Chiesa. Per esempio, l’oblazione è presentata come il fondamento del vissuto dei nostri voti religiosi: «Per esprimere e realizzare la nostra totale consacrazione a Dio, e per unire tutta la nostra vita all’oblazione di Cristo,professiamo i consigli evangelici con i voti di celibato consacrato, di povertà e di obbedienza, che ci rendono liberi di amare veramente secondo lo spirito delle Beatitudini» (Cst 40). L’oblazione è anche alla base della nostra vita di preghiera: «Chiamati a partecipare ogni giorno a questo sacrificio della nuova Alleanza, ci uniamo all’oblazione perfetta che il Cristo presenta al Padre, per comunicare con essa mediante il sacrificio spirituale della nostra vita» (Cst 81). L’oblazione fonda ugualmente la nostra missione apostolica nella Chiesa: «Per Padre Dehon, a questa missione, in spirito di oblazione e di amore, appartiene l’adorazione eucaristica, come un autentico servizio della Chiesa, e il ministero dei piccoli e degli umili, degli operai e dei poveri, per annunciare loro le imperscrutabili ricchezze del Cristo» (Cst 31). L’oblazione è pure il presupposto della nostra testimonianza nel mondo: «Coinvolti nel peccato, ma partecipi della grazia redentrice, col servizio dei nostri diversi compiti, vogliamo essere in comunione con Cristo, presente nella vita del mondo, e in solidarietà con lui e con tutta l’umanità e tutto il creato, offrirci al Padre, come un’oblazione vivente, santa e a lui gradita» (Cst 22). Questa identificazione tra oblazione e amore nel nostro modo di vivere l’unione alla vita di Cristo rivela tutta la potenzialità del carisma dehoniano nel mondo contemporaneo, la sua attualità, le sue sfide e le sue prospettive.
3. Attualità del carisma dehoniano
Per comprendere l’attualità del carisma dehoniano, dobbiamo tornare all’intuizione originaria del Fondatore espressa dalla nostra Regola di Vita: «Padre Dehon ha voluto che i suoi membri [i dehoniani] unissero in maniera esplicita la loro vita religiosa e apostolica all’oblazione riparatrice di Cristo al Padre per gli uomini» (Cst 6). Questo è il cuore pulsante del carisma dehoniano. E, dicono ancora le Costituzioni, l’espressione più evocatrice di questa oblazione riparatrice di Cristo, del suo amore redentore, è per il Fondatore il costato aperto e il Cuore trafitto del Salvatore (cf. Cst 2).
Così, Padre Dehon ci ha consegnato una spiritualità profondamente cristocentrica, fondata sull’esperienza del Cuore trafitto di Gesù, sorgente di amore riparatore. Il gesto di “offrire sé stessi” in unione a Cristo per la salvezza dell’umanità non è qualcosa di astratto: è un’esperienza viva, che coinvolge tutta la nostra esistenza perché il cuore è simbolo del centro dell’essere umano. Come ha scritto il Fondatore, nel testo citato nella Regola di Vita, «dal Cuore di Cristo, aperto sulla croce, nasce l’uomo dal cuore nuovo, animato dallo Spirito, e unito ai suoi fratelli nella comunità di carità che è la Chiesa» (Cst 3).
Il nostro carisma ci chiama ad essere uomini dal cuore nuovo. Nel mondo di oggi, attraversato da frammentazione, indifferenza e ferite sociali profonde, questa proposta di vita si rivela sorprendentemente attuale. Viviamo in una società ferita, dove tanti cuori sono chiusi, dove si fatica a riconoscere l’altro come fratello, come diceva Papa Francesco[7]. In questo contesto, il carisma dehoniano ci chiama a una testimonianza profetica: quella dell’oblazione riparatrice come stile di vita, come atteggiamento interiore, come missione.
Oggi essere dehoniani – religiosi o laici – significa scegliere di abitare le ferite del mondo, non per giudicarle, ma per fasciarle; significa scegliere di non fuggire dal dolore, ma di accoglierlo e trasfigurarlo nell’amore; significa scegliere una vita eucaristica, cioè fatta di offerta quotidiana e di comunione con Dio e con gli altri. In un’epoca che esalta la prestazione e l’efficienza, il carisma dehoniano ci ricorda che il cuore precede l’azione, in un mondo dove “manca il cuore”, come diceva ancora Papa Francesco nella sua ultima enciclica[8]; il carisma dehoniano ci ricorda che senza amore ogni impegno diventa sterile.
4. Le sfide del carisma dehoniano oggi
Tuttavia, non possiamo nasconderci le difficoltà. La bellezza del carisma dehoniano si confronta oggi con molte sfide concrete, sia all’interno della Chiesa che nella società.
Una prima sfida è la secolarizzazione e il declino del senso religioso. Viviamo in un tempo segnato da una profonda secolarizzazione. In molti contesti, soprattutto in Europa, Dio sembra essere assente dal linguaggio pubblico, e le giovani generazioni faticano a comprendere il linguaggio della fede. Questo interpella direttamente il nostro modo di proporre il carisma dehoniano. Non si tratta più solo di “insegnare una spiritualità”, ma di testimoniarla in modo narrativo e relazionale, attraverso la vita, i gesti, le scelte quotidiane. L’oblazione riparatrice, in questo contesto, può diventare un linguaggio silenzioso ma eloquente: una presenza discreta, ma trasformante.
Un’altra sfida riguarda la crisi delle vocazioni religiose. Ma forse, più che crisi, potremmo parlare di transizione. Il carisma dehoniano, infatti, non è proprietà esclusiva della nostra Congregazione. È un dono per la Chiesa. Sempre più spesso, infatti, sono i laici a raccogliere e incarnare questo carisma, nei luoghi di lavoro, nella famiglia, nella società. La grande sfida è allora quella della formazione condivisa, della costruzione di una comunità carismatica allargata, dove religiosi e laici camminino insieme, ciascuno con la propria vocazione, ma uniti dalla stessa spiritualità del Cuore. Questa apertura al mondo dei laici e questo sforzo di un cammino sinodale sono fondamentali per la sopravvivenza del carisma dehoniano e perché esso continui ad essere un dono dello Spirito alla Chiesa e al mondo di oggi.
Una terza sfida è la coerenza evangelica e la profezia sociale. Non possiamo trascurare la dimensione sociale del carisma dehoniano, come ha sostenuto la IX Conferenza Generale della Congregazione nel 2022:
«la spiritualità del Sacro Cuore, così come è stata vissuta da Dehon, si manifesta come incarnata nell’impegno ecclesiale e sociale […] Così, le nostre scelte trovano fondamento nell’amore che ci fa raggiungere la statura di Cristo e nella riparazione secondo le nostre Costituzioni (Cst 23), forze che ci fanno diventare trasformati per trasformare, riparati per riparare»[9].
Padre Dehon è stato un precursore della dottrina sociale della Chiesa, attento alla questione operaia, alla giustizia, alla dignità dei poveri. Oggi, questa dimensione è più che mai urgente. In un mondo segnato da disuguaglianze, sfruttamento e cambiamenti climatici, noi dehoniani siamo chiamati a una presenza profetica, a una “riparazione sociale”, che passa attraverso l’impegno per la giustizia, per l’inclusione, per la salvaguardia del creato. L’enciclica Dilexit nos ci ha mostrato com’è attuale questa riparazione sociale[10]. Essere dehoniani oggi significa avere il coraggio di scegliere di essere dalla parte degli ultimi, di mettersi “dalla parte del popolo”, come diceva Papa Francesco. È una sfida, certo. Ma è anche una grande occasione di autenticità evangelica.
5. Alcune prospettive per il carisma dehoniano
Per ultimo, non possiamo non chiederci quali siano le prospettive che si aprono per il futuro del carisma dehoniano. Vorremmo indicarne tre, che ci sembrano particolarmente significative.
La prima prospettiva è quella di coltivare un carisma aperto al mondo, non chiuso in sé. Il rischio, in tempi di difficoltà, è di ripiegarsi in difesa dell’identità. Ma il carisma dehoniano è nato per uscire, per “andare dal popolo”, per incontrare, per dialogare. Non è un carisma “da sacrestia”, ma da strada, da periferia. Questo significa sviluppare un’identità dialogica, capace di ascoltare, di farsi domande, di accogliere anche la complessità del tempo presente. Come ci insegna il Concilio Vaticano II, la Chiesa cresce nella misura in cui si fa compagna dell’umanità[11].
La seconda prospettiva riguarda il rapporto con i giovani. Se vogliamo che il carisma dehoniano abbia un futuro, dobbiamo saper parlare il loro linguaggio, accogliere le loro inquietudini, accompagnarli con fiducia. Non è un compito facile, ma certamente tanto urgente. Forse le nuove vocazioni non assumeranno sempre la forma tradizionale. Forse nasceranno forme nuove di vita comunitaria, più flessibili, più inserite nel tessuto sociale. L’importante è che il cuore batta allo stesso ritmo: quello del Cuore di Cristo.
Infine, crediamo che il carisma dehoniano sia chiamato a inserirsi nella conversione ecologica della Chiesa. La spiritualità del Cuore trafitto è una spiritualità che si prende cura, che accoglie la sofferenza della creazione, che si fa carico del grido della terra e dei poveri. Questo apre uno spazio enorme per un “carisma integrale”, che coniughi mistica e giustizia, interiorità e impegno, contemplazione e azione; intuizioni, senz’altro, tanto presenti nel nostro Fondatore.
Conclusione
Concludiamo la nostra riflessione con parole dello stesso Padre Dehon: «Vivere e morire nel Cuore di Gesù è tutto il mio desiderio. Non è forse questo il paradiso di ogni bellezza, di ogni virtù, di ogni bontà? Contemplare i sentimenti del Cuore di Gesù, ammirarli e unirsi ad essi, è l’occupazione degli eletti. Voglio che sia la mia d’ora in poi»[12]. Vivere con il Cuore di Gesù: questo è il suo programma, questo è il nostro programma! Un programma semplice, ma rivoluzionario.
Il carisma dehoniano non ha bisogno di essere reinventato, ma riscoperto, in tutta la sua forza profetica. È un carisma che invita a sentire con il cuore di Cristo, ad amare con Lui, a riparare con Lui, a costruire il Regno con Lui. Oggi, più che mai, il mondo ha bisogno di testimoni del Cuore: uomini e donne capaci di amare fino in fondo, di perdonare, di servire, di donarsi. Che questo carisma continui a fiorire, nelle nostre comunità religiose e nella famiglia dehoniana, nei giovani e negli anziani, nelle opere apostoliche e nei luoghi più ordinari della vita. Perché tutto, davvero tutto, può diventare luogo di riparazione e di amore.
Bibliografia
Catechismo della Chiesa Cattolica, Città del Vaticano 1999.
Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, in Enchiridion Vaticanum 1, Bologna 1976, 770-965.
Congregazione dei sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, Regola di Vita: Costituzioni e Direttorio Generale, Roma 2009.
Dehon L., L’Année avec le Sacré-Coeur, vol. II, Paris 1919.
Francesco, Lettera enciclica Dilexit nos sull’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo, Città del Vaticano 2024.
Francesco, Lettera enciclica Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale, Città del Vaticano 2020.
Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Vita Consecrata circa la vita consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo, in Enchiridion Vaticanum 15, Bologna 1999, 204-457.
Moran J., Fedeltà dinamica: la crisi come opportunità, Roma 2023.
[1] Catechismo della Chiesa Cattolica, Città del Vaticano 1999, 2003.
[2] Per i testi delle Costituzioni, indicati con la sigla Cst e il numero del paragrafo, citiamo l’ultima versione italiana (cf. Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, Regola di Vita, Roma 2009).
[3] Giovanni Paolo II, Vita Consecrata, Bologna 1999, 36.
[4] Il carisma avvolge la missione ed è l’esperienza unificatrice che racchiude in sé qualcosa in più; il carisma è vivo e si sviluppa. Secondo Jesus Moran, l’attualizzazione (o aggiornamento) dei carismi consiste nell’«esprimere l’inespresso», ovvero scoprire ciò che è dentro il carisma, ma che fino a quel momento non si è riusciti a riconoscere. In questo consiste la fedeltà dinamica al carisma ricevuto come dono (cf. J. Moran, Fedeltà Dinamica, Roma 2023, 33-37).
[5] Dirà ancora Giovanni Paolo II che «l’indole propria di ciascun Istituto comporta uno stile particolare di santificazione e di apostolato» (Giovanni Paolo II, Vita Consecrata, Bologna 1999, 47).
[6] I corsivi nei testi sono nostri, per evidenziare le espressioni che indicano il carisma dell’Istituto.
[7] Cf. Francesco, Fratelli tutti, Città del Vaticano 2020, 180.
[8] Cf. Francesco, Dilexit nos, Città del Vaticano 2024, 9.
[9] Messaggio finale della IX Conferenza Generale alla Congregazione SCJ e alla Famiglia Dehoniana, numeri 2-3 (cf. Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, Documenta XXV, Roma 2022, 36).
[10] Cf. Francesco, Dilexit nos, Città del Vaticano 2024, 182-184.
[11] Cf. Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, Bologna 1976, 40.
[12] L. Dehon, L’Année avec le Sacré-Coeur, vol. II, Paris 1919, 352. Traduzione nostra.

